L’adozione vista da una figlia

0
462

“Tutto quello che non sapevo sull’adozione l’ho imparato grazie a lei. Tre anni fa ho conosciuto una ragazza, poi diventata un’amica e ora anche coautrice del libro ‘Il paradosso della Sfinge’, liberamente ispirato alla sua storia”.

“Me lo disse un giorno, mentre prendevamo un caffè: ‘Sono adottata’. Con il suo modo freddo e diretto mi ha spiazzata. Volevo farle mille domande, ma sembravano così banali quelle che mi venivano in mente. Un anno dopo, sempre con il suo modo secco mi fa: ‘Scriviamo un libro sull’adozione?’. E ho accettato. Da lì è iniziato il suo viaggio interiore e le mie scoperte su un mondo a me completamente alieno”.

“Prima di iniziare a scrivere, vedevo l’adozione dal punto di vista di un potenziale genitore adottivo, vedevo solo il lato naif di tutta questa storia: dare una famiglia a chi non ce l’ha, dare amore genitoriale a chi viene negato, eccetera. Poi ho esplorato, tramite i suoi racconti e i suoi messaggi vocali infiniti, cosa succede durante la crescita di una persona che è stata adottata. Siamo partite dall’infanzia, da come un bambino non riesca a inquadrare bene il significato di adozione. Sa che non somiglia ai suoi genitori, ma non sa da dove viene la forma della sua bocca, dei suoi occhi o perché i suoi capelli sono lisci, invece che ricci come quelli dei genitori”.

“Poi cresce e si comincia a chiedere se uno sguardo troppo insistente per strada potrebbe significare che quella persona riconosce i tuoi tratti, oppure è solo un passante che ti fissa, senza significati reconditi. Poi i primi amori: chi te lo assicura che non ti stia prendendo una cotta per un parente? E alla fine la maternità, i dottori, l’anamnesi familiare, il dentista da cui devi andare troppo spesso e non sai il perché. La ginecologa ti chiede se ci sono malattie in famiglia, se durante il parto tua madre ha avuto problemi e tu non lo sai, non sai cosa aspettarti”.

“Poi c’è la burocrazia di un paese straniero che ti chiede l’atto integrale di nascita per poter registrare tuo figlio, ma tu non ce l’hai quell’atto e devi andare al tribunale dei minori per richiederlo. Ma il tribunale dei minori ti sottopone a un colloquio con un giudice-psicologo, perché a quel punto avrai l’accesso alle tue origini, se pensano che tu sia abbastanza forte da reggere una eventuale brutta storia. E poi c’è il rifiuto, ti senti un rifiuto e questa etichetta ti accompagna per tutta la vita, anche se sei amato, anche se qualcuno ti ha adottato, tu sarai sempre il rifiuto di qualcun altro”.

“Ho scoperto tutto questo in questo viaggio intrapreso con un’amica conosciuta per caso, in una terra straniera, tra un caffè, una birra e molti messaggi vocali. Grazie, amica mia”.

FONTE: InveceConcita.Blogautore