Simone Cristicchi ad Huffpost: “La paura dell’altro non è dei bambini, ma dei grandi, inquinati da un indottrinamento criminale”

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Simone Cristicchi ha il garbo e l’umiltà dei grandi. La voce felice di chi si stupisce ancora che l’emozione che ha trasmesso cantando “Abbi cura di me” sul palco dell’Ariston sia arrivata a così tante persone, che il testo del brano sia studiato nelle scuole, che tutti lo osannino come il “vincitore” morale della 69°edizione del Festival di Sanremo. Classe 1977, tradisce anche la lecita delusione di chi ha creduto di vincere. Ma lo fa in un modo molto lontano da quello di Ultimo.

“Sono stato contentissimo di come è andata, al di là dei risultati delle Giurie. Venerdì, incrociando i dati, mi davano per vincitore, poi è successo qualcosa di diverso da quello che ci si aspettava ed è andata a finire così. Sono stato penalizzato dalla giuria di qualità che mi ha sbattuto al 12esimo posto ribaltando completamente le votazioni del pubblico e della sala stampa. Ma d’altronde, se si accetta di partecipare a un gioco, perché Sanremo è un gioco, si deve accettare anche il regolamento. Per me è già un miracolo tutto quello che sta accadendo”.

Un miracolo.

“Si perché le notizie che mi arrivano sono che il disco è nei primi posti nelle classifiche, il testo è studiato nelle scuole di tutta Italia. La mia vera vittoria è che il brano sia arrivato al cuore delle persone e sta facendo del bene”.

La tua canzone parla di perdono, di amore, di ricerca della felicità nelle piccole cose. Come si fa ad insegnare la bellezza e l’accoglienza ai bambini, immersi in sproloqui di odio, di razzismo, di bullismo che affollano i social network?

“I bambini nascono puri e disposti alla bellezza: convivono già con bambini di altre etnie e culture. Il problema sono i grandi, le persone inquinate da idee sbagliate, da un indottrinamento per certi versi criminale perché crea un malessere e una tensione sociale che nella realtà della fanciullezza dei bambini non esiste. La speranza è che i più piccoli sappiano cogliere la diversità come una ricchezza come è giusto che sia”.

E cosa mi dici del tema dell’accoglienza ai migranti?

“È un tema difficile, che divide e che non deve essere oggetto di “gioco” sui social. Devono essere il Governo, lo Stato, le istituzioni a dare una risposta. Sia ai cittadini italiani, sia alle persone che vengono accolte e poi abbandonate a loro stesse. Non si può accogliere persone disperate e poi lasciarle in balia della noia, senza uno sbocco per il loro futuro. Altrimenti è un cane che si morde la coda. L’aggressività che stiamo vedendo è frutto di una società che è andata in corto circuito. Eventi come questi esodi rimettono in discussione la nostra umanità”.

Un corto circuito è anche il fatto che siano gli stessi rappresentanti del Governo, a volte, ad utilizzare i social per parlare di questi argomenti, facendone spesso un uso quasi propagandistico. Sei d’accordo?

“Assolutamente sì, non bisogna fomentare la rabbia o gli istinti più bassi dell’essere umano. Bisogna avere il buon senso di capire che questa ondata di migrazioni, che poi dati alla mano così grande non mi sembra, non mette in pericolo il nostro benessere, il nostro equilibrio. Un’interpretazione sbagliata del fenomeno genera un risentimento e una voglia di far valere le proprie posizioni e spinge la gente a difendere un orticello personale che molto spesso non viene neanche sfiorato da questi eventi”.

Torniamo alla musica. Nel 2005 dicevi: “Vorrei cantare come Biagio Antonacci”. Oggi è ancora così?

“Quella canzone aveva un significato preciso: non era un elogio o uno sfogo di un fan accanito di Biagio Antonacci. Nascondeva la frustrazione che prova un giovane artista davanti alle difficoltà ad avere un piccolo spazio di visibilità: era più un invito a mettersi in luce e ad esprimersi per quello che realmente si è. Non a clonare altri artisti come appunto Antonacci, Pausini, Tiziano Ferro, ma a cercare un proprio stile, nella musica come nella vita”.

E dunque, oggi c’è ancora questa difficoltà ad esprimere se stessi?

“L’attitudine a copiare e clonare altri artisti famosi per avere successo è rimasta. Ma ogni tanto esce fuori una nuova voce, una nuova personalità che si distingue perché non ricalca niente di già sentito. A me piace tantissimo Motta, Le Luci della Centrale Elettrica: in particolare Vasco Brondi lo considero un grande poeta”.

Mahmood può essere considerato una novità? Sei d’accordo con il suo primo posto o pensi anche tu che la Sala Stampa abbia voluto fare “un dispetto” a Salvini votando un italiano con origini egiziane?

“Mahmood è un genere molto lontano dal mio, non è dei miei preferiti, ma ha una freschezza e una voce molto nuova, riconoscibile, è un personaggio e un nuovo volto della musica, si è distinto rispetto ad altri anche più navigati di lui. Detto questo non ascolto il genere e quindi non so nemmeno dare un giudizio. Di una cosa però sono certo: non c’è dietrologia nella sua vittoria, nessun complotto. Vincere Sanremo è un incrocio di fenomenologie strane, particolari. È un incrocio astrale. Anche io nel 2007 non mi aspettavo di vincere, non ero nessuno. Come credo non si aspettasse di vincere Mahmood”.

Ad alcuni è sembrato di ravvisare nella canzone che hai presentato a Sanremo qualche influenza che ricorda Vecchioni. Ti rivedi in questa similitudine?

“Direi di no. Se devo cercare un’influenza la vedo in “Signor Tenente” di Faletti. Quando si presentò, quel pezzo creò uno spartiacque nella storia del Festival: portò il teatro nel tempio della musica, la trovai una scelta coraggiosa e vincente. Vecchioni è un grande maestro per tutti noi cantanti, l’emozione con cui ho cantato “Abbi Cura di Me”, forse però, è sovrapponibile a quella che Vecchioni mise in “Chiamami ancora Amore”.

Pensi che la denuncia portata a Sanremo dal brano di Daniele Silvestri sia reale? Le istituzioni scolastiche e gli educatori cercano di instradare alla “normalità” bambini particolarmente vivaci, spegnendo la loro curiosità e reprimendo le loro inclinazioni caratteriali?

“Tempo fa quando studiai le malattie mentali feci una ricerca su uno psicofarmaco che si dà ai bambini in America che si chiama Ritalin, che serve per calmare i bambini troppo vivaci. Lo trovai agghiacciante perché una cosa è soffrire di alcune sindromi particolari che hanno bisogno di cure anche psichiatriche e una cosa è divulgare una visione medico-scientifica di terapia a bambini che sono semplicemente più agitati rispetto agli altri. Ci faranno finire tutti al manicomio perché giochiamo troppo”.

Che musica ascoltano i tuoi figli?

“I miei figli non ascoltano molta musica: ultimamente a mia figlia piace Giusy Ferreri e Lo Stato Sociale, mio figlio invece, che è un po’ più grandicello, impazzisce per Ultimo e infatti a Sanremo era indeciso se tifare me o lui”.

Programmi futuri?

“Riparto giovedì con la mia tourneé teatrale che è stata felicemente interrotta da Sanremo e con i miei spettacoli: “Esodo”, “Manuale di volo per uomo”, “Mio nonno è morto in guerra”, girerò fino a fine aprile. Riprende la mia vita in teatro, dopo la parentesi di questa canzone che ha generato così tanta emozione”.

Un’ultima domanda. In uno dei tuoi ultimi post su Instagram hai scritto: “Chi ha bisogno di nemici non è in pace con se stesso”. Con chi ce l’avevi?

“Non ce l’avevo con nessuno in particolare. In questo momento storico sembra che la società abbia bisogno di un nemico, di qualcuno da additare perché ci rovina la vita o perché ci fa paura, semplicemente perché non lo conosciamo. Penso che tutto questo abbia a che fare con la nostra interiorità, il nostro essere arrabbiati con noi stessi, frustrati. Bisogna recuperare equilibrio interiore. Mi viene in mente una frase del Dalai Lama: “Prima di cambiare il mondo, cerca di cambiare te stesso”.

https://www.huffingtonpost.it/2019/02/13/simone-cristicchi-ad-huffpost-la-paura-dellaltro-non-e-dei-bambini-ma-dei-grandi-inquinati-da-un-indottrinamento-criminale_a_23668623/?ec_carp=2034968101108448555&ncid=fcbklnkithpmg00000001&ref=fbph&fbclid=IwAR3ecTBkXgNMncxonQiGlX3j25ebbO7XlVlKtsKIRm36q-oKk00qNz_E5ko