Marco Giallini: «È pieno di gente che s’indigna per una canna e intanto pippa cocaina»

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L’AUTOMOBILE NERA ACCOSTA, si ferma. Il finestrino del conducente si abbassa lentamente. Parte un urlaccio: «Ma voi che cazzo volete? ‘Ndovevate veni’ alle tre? Io fino alle tre sto ‘ncazzato nero». Chiarisce: «Mo me rode, poi divento un agnellino». Doppio Binario nella periferia est di Roma con Marco Giallini e con il suo doppio Giallini Marco. Per due ore l’intervistatore, il fotografo e due ragazze che si occupano della comunicazione dell’attore, Rosa e Clara, assistono a una incredibile performance esistenzial-attoriale: un fiume inarrestabile di battute, imprecazioni a sfondo sessuale o religioso, scherzi e bluff verbali. Tutto avvolto in una nuvola dialettale piuttosto colorita (che qui riporteremo solo in parte) e con un alternarsi vorticoso tra due personaggi-personalità: da una parte c’è l’arcinoto Giallini, vincitore di tre nastri d’argento con i film ACAB – All Cops Are Bastards, Tutta colpa di Freud e Perfetti sconosciuti, interprete dell’ultra popolare Rocco Schiavone, del Teribbile in Romanzo Criminale e di Sergej in Buttafuori. Dall’altra c’è Marco, un monumento alla romanità di strada, con virate verso Gasperino il Carbonaro del Marchese del Grillo. Durante l’intervista l’attore si mette anche ai fornelli e mentre prepara un piatto di riso con «quel che c’è» srotola flussi di coscienza con cui intreccia considerazioni sul cinema, sugli chef, sulla musica e sul calcio. Risultano nitide le ragioni per cui uno dei soprannomi amicali di Giallini sia “Dottor Divago”: «Inizio un discorso, lo apro, mi entusiasmo, non lo chiudo e poi, con la stessa frenesia, cambio argomento». Un esempio: mentre sta scegliendo la bottiglia di vino per il pranzo («Daje… ‘mbriacamose»), Giallini passa accanto alla porta d’ingresso su cui è appesa una foto di Valerio Mastandrea. Giallini e Mastandrea recitano insieme da più di vent’anni e il secondo è padrino di uno dei figli del primo. Osservando l’immagine di Mastandrea, Giallini parte col flusso: «Guarda che foto di Valerio, cor cappello ‘ntesta, è come un figlio scemo, che faccia! Scherzo eh, è più di un amico, è un fratello, lui si ostina a fare il cinema per se stesso, dice «Marco facciamo questo film» e io «Ma chi se lo vede un film così?», cioè qual è il senso? Vincere il David di Donatello? Hai notato la lama de ‘sto coltello giapponese? A me non lo daranno mai il David, m’hanno candidato dieci volte, è come il Pallone d’oro per Totti! ‘ndostà il limone? Totti ha mangiato dove ora state seduti voi, lui vorrebbe che mio figlio Rocco tornasse a giocare a pallone perché è fortissimo, ma ha smesso dopo che s’è rotto il malleolo». L’appartamento è gonfio di libri, chitarre, accendini, pennelli, colori sparsi. La camera da letto ha il pavimento che assomiglia ha un quadro di Jackson Pollock. «Ho appena dipinto l’armadio, ti piace?». Le ante sono decorate con enormi tulipani rossi e uno skyline metropolitano. Impressionismo del terzo millennio.

Ci sono orologi ovunque, ma non al tuo polso.
«Me lo sono tolto stanotte per fare l’amore».

Romantico.
«Hai visto l’unico quadro che ho appeso in casa?». È una riproduzione de Il viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich, l’emblema del romanticismo. Appoggiato su un divano c’è il vinile della colonna sonora di À bout de souffle di Jean-Luc Godard: «Me lo ha regalato Mastandrea. Senti questa…». Digita qualcosa sullo smartphone. Da una potente cassa vintage hi-tech parte un pezzo di Lou Doillon, cantante francese. «È un’amica. Assaggia ‘sti asparagi». Passa qualche secondo e sdraaaan… arriva una schitarrata dei Brant Bjork & the Low Desert Punk Band, gruppo metal parecchio duro. Giallini afferra un basso non amplificato e gli va dietro, poi rivolto a me: «Dicevamo?». Si alza, va in cucina, si rovescia mezza pentola d’acqua sui piedi, sminuzza una cipolla, la mette a soffriggere. «Da dove vogliamo cominciare?». Interviene Rosa, ufficio stampa: «Potreste parlare del film che sta per uscire, Non ci resta che il crimine di Massimiliano Bruno. Io comunque non mangio né la carne né il pesce». Giallini la guarda come se fosse una marziana. Lei: «Il riso va bene in bianco». Lui: «In bianco? Dio è morto così». Segue elogio del film, della sapiente regia di Bruno che ha riprodotto un eccezionale clima Anni 70 e della performance di Edoardo Leo.

Nel film c’è anche Alessandro Gassman.
«Gassman. Mi dovete spiegare perché io devo andare fino a Sanremo per fare promozione al film e lui no. Io mi becco Pippo Baudo e Rovazzi e lui no. Rovazzi… bah. Non ci vado. Scherzo eh, con Gassman ormai siamo una coppia di “fatti”. Nel riso ci metto anche i capperi. Sono di Pantelleria. Con te vorrei parlare del cuore, della gente che non ce l’ha più o che lo usa solo quando non serve». Clara, l’altra ragazza dell’ufficio stampa, apre la finestra perché stanno tutti fumando. Giallini la ferma: «Perché apri? Apriamo solo quando sarete tutti morti». Lui è stato protagonista di fiction tv con ascolti enormi e di pellicole d’autore. Domando: le serie tv stanno facendo scomparire il cinema? Replica: «Credo che sia il contrario».

Che cosa è per te il cinema?
«Lasciamo stare le definizioni alte. Il cinema è ridere e piangere stando accanto a persone che non conosci. È ovvio che se stai a casa e stoppi il film per andare a prendere una birra in frigo è un’altra cosa». Appunto: con l’avvento delle super serie e di Netflix il cinema in sala sta morendo. «Muore tutto ciò che è vivo. Bella questa eh. Apriamo ‘sta bottiglia invece di dir cazzate! Stappo questa che vale du’ mijoni. Me costate più de n’asino a pastarelle». Traduco: stappo questa bottiglia molto cara, mi costate quanto si spenderebbe per nutrire un asino con i pasticcini. «Me lo diceva sempre mio padre. Lui era di un’altra categoria». Il padre di Giallini era operaio in una fornace, appassionato di cinema e battutista eccezionale. L’attore racconta che quando in trattoria il conto gli sembrava eccessivo suo padre chiamava il cameriere e urlava: «Maschiooo, ma che abbiamo rotto qualcosa?». Lo sketch è finito (casualmente?) anche in Fate il vostro gioco, ultimo libro di Antonio Manzini con Rocco Schiavone protagonista.

Torniamo al cinema in sala…
«Non vorrei essere retorico…».

Ogni tanto serve.
«È un rito. Un concerto. Ridere e piangere avendo accanto chi non conosci ti fa ridere e piangere il doppio. Qualche tempo fa mi sono ritrovato in una sala a vedere Hollywood Party. L’avevo già visto cinque volte, ma avendo vicino una persona che lo vedeva per la prima volta e che si piegava in due dalle risate, mi sono piegato in due anche io. Il cinema è questo: una magia, il buio, la condivisione… Ora si guarda tutto sul cellulare, pure le partite, che manco se vede la palla, e le uniche cose che si condividono sono le proprie foto fatte con la bocca a culo di gallina».

Tu sei molto attivo sui social network?
«E perché dovrei?».

Hai mai recitato in uno spot pubblicitario?
«No».

Cinepanettoni?
«Nemmeno. Stimo i Vanzina, ma non è roba mia. Quando non avrò più lavoro proverò a doppiare». Comincia a imitare Giancarlo Giannini che doppia Al Pacino.

Sei un cultore delle attuali serie tv americane?
“Negli anni passati ho visto volentieri Happy Days… poi sono passato a Orzowei… Ahahah. In realtà non me ne frega niente di niente. Non mi appassiona nulla”. Sopra un armadio, accanto a una miniatura che riproduce la star del rock Iggy Pop, c’è una statuetta con le sembianze di Walter White, il personaggio protagonista di Breaking Bad, serie cult americana. La indico. Giallini: «Ho tutti i dvd, li ho visti sei volte».

Ma come… Hai appena detto: «Non me ne frega niente di niente».
«E ti pare che ti dico la verità? A te mica interessa. O Re de’ re / tradito da un tuo fedel / dagli altri abbandonato / vengo alla pace tua: l’anima stanca accogli».

Che cosa è?
«L’Adelchi».

L’hai recitato ai tuoi esordi in teatro con Arnoldo Foà.
«E i miei amici del quartiere che mi venivano a vedere o s’addormentavano o restavano a bocca aperta: «Ma questo ndo’ ha imparato?». Ecco, mangiando sta tornando l’amore. Va meglio». Giallini vive una piccola e improvvisa metamorfosi: cala il numero di improperi, resta una sana ruvidità divertita, ma il clima dell’intervista cambia. Scambia due battute col fotografo sulle sue tre moto, tutte e tre in riparazione, e racconta la dinamica dell’incidente con cui una decina di anni fa ha rischiato seriamente la vita: «Colpa mia, correvo troppo».

Prima di fare l’attore hai fatto l’imbianchino e il trasportatore di bibite. La svolta della tua carriera?
«Dopo una ventina di pellicole con ruoli minori, la svolta sono stati i primi film da protagonista. E poi diciamo che in seguito alla morte di Loredana è come se avessi deciso che mi dovevo dare da fare». Loredana era la moglie di Giallini. Non c’è più dal 2011. Durante tutta la nostra conversazione è abbastanza presente. A un certo punto, riferendosi alle persone che ti vengono a mancare all’improvviso, Giallini dice: «Non ci si può lamentare se poi uno sta spesso sopra le righe». Arrivati alla grappa, cominciamo a parlare delle fan che lo tampinano: «A Mantova, durante un evento per la fiction Rocco Schiavone, sono intervenuti i carabinieri. Mi hanno messo in guardia perché c’erano millecinquecento indiavolate di tutte le età. Io ho preso il microfono e le ho salutate: “Pensate se fossi stato pure bello!”. Credo che i ruoli che ho interpretato abbiano molto influito sul mio successo tra le donne. Tutta colpa di Freud, Schiavone… Richard Gere diceva: “Se John Travolta non avesse rinunciato a interpretare American Gigolò e Ufficiale e gentiluomo girerei ancora ruoli secondari e non mi noterebbe nessuno”».

Hai esordito in teatro, ma ne fai poco.
«Non ho quell’urgenza del contatto con il pubblico… Ammiro chi ce l’ha».

Chi ammiri davvero tra i tuoi colleghi?
«Toni Servillo. Attore enorme, uno dei tre più grandi».

Gli altri due?
«Pierfrancesco Favino. E dato che non posso dire Valerio, che è un fratello, aggiungo Massimiliano Gallo, l’ho appena conosciuto sul set di Villetta con ospiti».

Il film di Ivano Di Matteo.
«Una delle esperienze più belle della mia vita. Ivano fa il cinema col cuore, è una grande persona».

Hai appena girato anche l’ultimo film di Simone Spada, Domani è un altro giorno, al fianco di Mastandrea.
«Bello. Sembra che sia un capolavoro».

Sembra?
«Non rivedo mai le cose che giro. Mai fatto. Mi vergogno di tutto».

Non ci credo, ma non approfondisco. Interrompiamo la conversazione per spostarci nella sala prove che Giallini ha appena allestito nel garage sotto casa. Passiamo per una terrazza da cui, in lontananza, si vede tutta Roma. Al piano di sotto incontriamo i figli: Rocco di 20 anni e Diego di 13. Rocco ci accompagna. Il padre: «Rocco alla chitarra è un mostro». Giallini si piazza alla batteria. È evidente che passerebbe volentieri tutta la giornata lì, seduto a duettare col primogenito.

È vero che fai pochissimi provini?
«Li faccio solo se sono innamorato di un ruolo».

Ci sono ruoli troppo cattivi, viscidi o cruenti che non interpreteresti mai?
«No».

Già. Sei stato il Teribbile inRomanzo criminale.
«E considero stupide le polemiche sul rischio di emulazione dei personaggi negativi. Se uno prende una pistola non è per colpa di un film. Si fanno polemiche molto ipocrite. A me hanno rotto le palle perché Rocco Schiavone si fa le canne. Cioè, è pieno di gente che prima pippa cocaina e poi alza il dito per giudicare una canna».

Ti è mai successo di andare al cinema e di desiderare di interpretare un ruolo a cui stavi assistendo?
«No. Se non ci casco, se non credo a quello che vedo, me ne vado proprio. Quando guardo un film non mi metto a pensare alle inquadrature, alle intonazioni, ai carrelli… Lo diceva anche Federico Fellini: se davanti a una pellicola ti viene da pensare a queste cose, vuol dire che il film è sbagliato».

https://www.corriere.it/sette/19_gennaio_11/marco-giallini-pieno-gente-che-s-indigna-una-canna-intanto-pippa-cocaina-f8e2b910-1587-11e9-9cd3-6f68d3bb44a0.shtml?fbclid=IwAR0o3BPByGbz-U1FklBXQzRiSbZKLiHFL_WJLRrdPNOl2H1KLs6IvKZencw

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