Lino Guanciale: “Io, di Avezzano, torno all’Aquila e alle sue ferite da rimarginare”

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“Quello che è successo mi riguarda da vicino, sono di Avezzano, a pochi chilometri da L’Aquila. Non ero in città la sera del 6 aprile del 2009 perché ero tornato a casa, ero andato a vedere mio fratello che giocava a rugby e poi, con gli amici con cui dovevamo andare a L’Aquila a fare serata, come tante altre volte, non ci siamo messi d’accordo con le macchine”. Lino Guanciale, uno degli attori più amati, fa un lungo sospiro. “La vita è fatta così, di coincidenze. Per me non è stato facile condurre questo documentario ma era doveroso”. Sono trascorsi dieci dal terremoto che ha colpito il cuore dell’abruzzo e Rai2 venerdì 5 aprile alle 21.20, lo ricorda con L’Aquila 3:32. La generazione dimenticata realizzato da Stand by me e RaiCinema. Il 3 aprile sarà presentato alla Camera alla presenza del presidente Roberto Fico.

Guanciale incontra sei studenti sopravvissuti, il dolore s’intreccia alle testimonianze, alla speranza e al coraggio dei soccorritori. Hanno scavato per ore, giorni. Dei 309 morti a L’Aquila per il sisma, 55 erano universitari fuori sede. Oltre 1.600 i feriti, 80.000 gli sfollati. I ricordi sono difficili. Una studentessa parla scuotendo la testa, l’attore l’ascolta, la incoraggia. “Lei era una delle più toste – spiega Guanciale – perché racconta la storia del suo migliore amico. Lei e il suo fidanzato avevano deciso di andare a dormire in macchina e per puro scrupolo, siccome il loro amico il giorno dopo aveva un esame importante, non hanno voluto disturbarlo. Tre ore di sonno, ha un esame importante, lasciamolo dormire. Oggi quel ragazzo non c’è più. Eleonora è rimasta 42 ore sotto le macerie, è sorda, e dicono che forse questo l’ha aiutata, ha potuto sopportare meglio quell’abisso. E poi tante altre storie, alcune sorprendentemente divertenti. Gli amici che restano dodici ore insieme e si fanno coraggio, sono riusciti a recuperare un telefono ma quello che chiama la zia non riesce a spiegarsi bene. E lei non capisce che era sotto le macerie, ma in una piazza”.

Guanciale racconta di una città vitale, “piena di giovani che stavano li per studiare, era una città universitaria bellissima che funzionava, molto divertente da vivere. Io preferivo fare serata a L’Aquila invece che a Roma, quella notte tra il 5 e il 6 aprile ero ad Avezzano, una delle poche volte che ero tornato a casa a vedere una partita di rugby di mio fratello. L’Aquila è un posto dove ho vissuto, dove giocavo a rugby e ho ancora tanti amici”. Tornare in città per girare il documentario “è stato forte dal punto di vista emotivo. Demoliscono un palazzo pericolante al giorno, cambia la quantità di palazzi diroccati – spiega Guanciale – Adesso la ricostruzione sta funzionando a pieno ritmo, ma la vita dell’Aquila si è spostata all’esterno, il Conservatorio è fuori. Va ripristinata la bellezza del centro storico e ci vuole una volontà politica, non bisogna assestarsi sul fatto che la città si sia spostata altrove. Bisogna tornare al centro il prima possibile, non bisogna rassegnarsi. Per me girare questo documentario ha significato fare i conti con una ferita non ancora rimarginata, un dolore, un enorme senso di perdita che tendo a rimuovere. La mia vita si stava spostando dall’Abruzzo e questo facilita le cose. Ma tornare lì e passare davanti al bar degli studenti, alla Casa dello studente che non c’è più niente, dove senti solo il silenzio ti fa male. È un’immagine che ci riguarda tutti, i ruderi ci rimandano alla nostra impotenza. Ma è giusto non rassegnarsi, da questo punto di vista è stato bello intervistare i sei ragazzi”. Il terremoto ha stravolto i piani, anche le priorità di chi pensava di avere tutta la vita davanti. “È così, è come se i ragazzi si fossero resi conto che non dovessero più perdere tempo, si sono laureati a tempo di record. Uno è diventato ingegnere alla Fiat, un’altra è ingegnere edile e si occupa della sicurezza degli appalti. È un’elaborazione del lutto che riguarda tutto il paese, l’ho capito anch’io: ho fatto i conti quanto mi servisse rivivere questa tragedia. È commovente l’umiltà con cui le persone raccontano le loro storie”.

FONTE: Repubblica