La prova di tornare a vivere

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Questa lettera è di Chiara, 51 anni, Firenze

Chiara mi chiede se può far avere a due persone a cui tiene molto le sue lettere, attraverso questo spazio. Le ha scritte durante i ricoveri per un tumore. La prima è per “una ragazza bellissima, che salutava le infermiere a fine chemio il giorno in cui io la iniziavo”; la seconda è per il suo chirurgo: “Non è colpa dei medici (veri eroi) se la lista di attesa a Firenze è lunga. Un reparto di eccellenza non dovrebbe lottare con mancanza di personale e di risorse”, mi dice.

Ecco la prima lettera. “Oggi ti ho vista piangere sotto il tuo ennesimo turbante. Quelli che ti sei inventata per incanalare l’energia, per dirti in questi mesi che andava tutto bene, che eri sempre tu. Piangevi salutando chi ti ha assistito, ha appeso ogni settimana le sacche al trespolo. Chi è accorso a ogni trillo del pulsante, decine di volte, da te e dagli altri, sempre col sorriso, sempre chiamandoci per nome. Io ti capisco, perché so che accadrà anche a me: tornare a vivere è l’ennesima prova che ci viene chiesta. Oggi il turbante non era colorato come gli altri”.

Qui la seconda. “Caro dottore, è stata una giornata impegnativa. Voi smontate e rimontate centinaia di donne. Siete bravissimi, non si può chiedere anche di starci vicini una a una, comprenderci tutte. Sentir dire arrivederci a febbraio 2020 non è stato facile. Portare a giro per un anno questo robo davanti neppure. Sapere che il capezzolo potrebbe essere fatto con le piccole e grandi labbra figuriamoci”.

“E poi pensare di mettere su chili e chili con la cura ormonale, perderli chissà quando, che vuole che sia. O sentirsi in colpa perché c’è qualcuno che sta peggio di me, come ha detto giustamente l’infermiera. Che devo fare più di ciò che ho fatto finora? Ho tenuto botta a tutto, condotto una vita normale malgrado la mastectomia, lo svuotamento e una chemio durissima, quando le cose dovevano andare diversamente. Salvaguardato chiunque intorno a me, parenti, amici, figlie adolescenti. Ho riso per affrontare i guai”.

“Ma ora mi sento sola, a due chemio dalla fine, quando tutto potrebbe essere più roseo. Trattasi di senso di vuoto, incognita sul futuro e, buffo, scatenati dall’idea di diventare una balena… Allora le chiedo solo di comprendere. Non me la sento di andare altrove per chiudere la partita della ricostruzione, perché vorrei farlo con lei, a cui sono affezionata, senza la trafila in un altro ospedale. Ma è durissima per tutte noi rimanere sospese così, spezzettate, gonfie e dilatate, in attesa di restauro. Una canzone è stata il mantra di questi mesi: ‘Ed è un po’ come essere felice, ed è quasi come essere felice’. Ci si abitua ad abitare quel piccolo scarto di gioia, sempre mobile, sempre effimero. Altro è meglio non chiederselo. Un passo per volta”.

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