Il problema dell’espressione “Sconfiggere il cancro”

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Mio padre è morto di cancro alla prostata quando avevo diciotto anni. La sua era una diagnosi che non lasciava troppe speranze, ma io cercavo di nutrirne lo stesso. Ricordo nitidamente l’attesa in fila al supermercato poco dopo aver ricevuto la notizia, ricordo che gli dissi: “Papà, va tutto bene. Sei forte, puoi sconfiggerlo”.

Mio padre – medico di base – si fece forza, annuendo con aria benevola a me e mia sorella minore. Ma sapeva che, a quel punto, la malattia era ormai imbattibile.

Tredici anni dopo la sua morte, mi rammarico ancora di quel momento.

Mi pento di quelle parole perché insinuavano, seppur tacitamente, che il cancro è una battaglia da vincere e che se la malattia riesce ad avere la meglio tu avrai “perso”, in un certo senso.

L’idea che si possa “sconfiggere” una malattia infida come il cancro non fa altro che corroborare quel mito che vede il paziente totalmente responsabile della guarigione, e non un essere umano intrappolato in un ciclo interminabile di operazioni, chemioterapia, radiazioni e ricadute. E se non riesce a sconfiggerlo? È un fallimento.

Ma da figlia, quel linguaggio intriso di luoghi comuni aveva una sua logica: persino oggi, nella mia mente mio padre resta una specie di Superman, un uomo che ha partecipato a numerose gare di bodybuilding nella California del sud (in un’epoca in cui i partecipanti asioamericani erano pochissimi), ha pubblicato una celebre rivista sul bodybuilding; e più tardi, da medico di famiglia, ha aiutato i suoi pazienti ad affrontare la malattia.

Nel mio stato di “speranzosa confusione” sopraggiunta dopo la diagnosi, volevo a tutti i costi che mio padre fosse un lottatore. E cos’altro puoi dire, quando una persona cara sta affrontando il tormento di una diagnosi di cancro?

“Combatti, puoi sconfiggerlo”, è un ritornello che accomuna i familiari e gli amici dei malati di cancro, come ha confermato BJ Millerspecialista in cure palliative presso il San Francisco Medical Center (University of California) che si occupa di pazienti affetti da malattie terminali o potenzialmente mortali

“Credo che si ricorra a queste frasi per diverse ragioni, in primis l’abitudine,” ha spiegato ad HuffPost. “A volte, non riflettiamo a fondo quando le pronunciamo. Più che di un vero dialogo si tratta spesso di atti automatici”

Inoltre, come sottolinea Miller, culturalmente tendiamo a prendere le distanze dalla morte. Associare la malattia, la sofferenza o la morte alla debolezza mentre ci dipingiamo come degli eroi guerrieri capaci di batterle, ci fa sentire più forti in quel momento.

“Sentirsi più tenaci quando si è deboli può aiutare molto,” ha spiegato Miller. “Demonizziamo il cancro per poterci mobilitare in vista della battaglia”.

Però, siamo solo esseri umani. Alla fine, tutti invecchieremo e “perderemo” le nostre rispettive battaglie, anche se magari non sarà il cancro a consumare i nostri corpi.

“Tutti noi dobbiamo scendere a patti con questa realtà,” continua Miller. “Stiamo iniziando a capire che ci servono parole diverse da ‘sconfiggere il cancro’, per non dipingere più noi stessi e gli altri come dei perdenti solo per aver fatto quello che prima o poi faremo tutti.”

La realtà dei fatti non cambia: il cancro è un vero e proprio attacco alla persona; le cellule cancerogene crescono e si riproducono, crescono e si riproducono, fino alla nausea, formando tumori che devastano il sistema immunitario. Il corpo è in guerra contro se stesso.

Da questo punto di vista, l’immagine della battaglia che utilizziamo nel dialogo è appropriata. Quando diciamo ai nostri cari che riusciranno a “sconfiggere il cancro,” non solo stiamo dicendo che sono forti, ma che resteremo al loro fianco in questa trincea. Purtroppo, a volte questo può avere conseguenze impreviste sulla salute mentale, soprattutto se il paziente è già sceso a patti con la grave diagnosi.

Nagashree Seetharamu, oncologa del Northwell Health Cancer Institute, comprende la nostra reazione arrabbiata e drastica di fronte al cancro. Nonostante i progressi nella ricerca e l’aumento del tasso di sopravvivenza, il cancro è una diagnosi che fa paura. (E la dottoressa lo sa bene; pochi anni fa, le è stato diagnosticato un cancro al seno allo stato iniziale).

La reazione istintiva è quella di combattere questo demone – eliminarlo. Ma c’è un problema: in questa impresa, a volte ci dimentichiamo della persona che è finita vittima del cancro. Nel tentativo di liberarci della piaga, spesso ci ritroviamo a ferire chi ne è stato colpito.”

Comunque vada a finire, dobbiamo rimanere concentrati sul singolo: il vincitore dovrebbe sempre essere il paziente.

“Per me ‘sconfiggere il cancro” vuol dire non lasciare che sia la malattia a decidere della mia vita o della mia morte, o di quelle dei miei pazienti,” ha affermato Seetharamu. Ciò significa anche continuare a sottoporsi a procedure e terapie per controllare o curare il cancro laddove ci siano ragionevoli possibilità di farlo.”

È opportuno sottolineare che vi sono dei lati positivi palesi nell’adottare un linguaggio ottimista quando si parla della malattia. Le ricerche rivelano che un atteggiamento positivo verso le cure può influire sul risultato.

Esiste una via di mezzo tra un ottimistico “puoi sconfiggerlo” e una resa totale – e avrei voluto percorrerla quando ho saputo della diagnosi di mio padre.

Innanzitutto, ricordargli quanto era stato forte in passato, a dispetto delle difficoltà, forse lo avrebbe rincuorato. In generale è un approccio sicuro, secondo Kelsey Crowe, sopravvissuta al cancro e autrice di “There Is No Good Card for This: What To Say and Do When Life Is Scary, Awful, and Unfair to People You Love.”

Se la persona malata è fiduciosa, anziché “puoi sconfiggerlo” si può dire “ti ho visto superare tante difficoltà in passato, ora tocca alla più grande di tutte,” ha spiegato Crowe. “Se il paziente ha accettato l’idea che potrebbe non farcela, possiamo esprimere la nostra ammirazione nei suoi confronti per essere sceso a patti con questa fase della sua vita, e dedicarci alla preparazione di una fine serena.”

Alla fine, non c’è un libretto di istruzioni per cose del genere. Bisogna capire la situazione e tenere in conto il malato. Qualsiasi cosa diciate assicuratevi di dirla a suo vantaggio, suggerisce Miller.

“Credo che ci sia già abbastanza spazio per questo approccio più brutale – l’esempio di “puoi sconfiggerlo” – ma in generale c’è bisogno di lasciare spazio a una gamma di reazioni più ampia,” ha affermato.

“Si può anche dire qualcosa di semplice: ‘Ti sono grato/a per avermelo detto. Qualsiasi cosa accada, e qualsiasi decisione prenderai, io sono con te.”

FONTE: HuffingtonPost