Il principe della risata. Cinquant’anni dopo la sua morte, Totò non è invecchiato

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“Era defunto da cinquant’anni, portati benissimo”. È ciò che Totò avrebbe il diritto di pensare di sé stesso oggi, mezzo secolo dopo che “a livella se l’è portato via. Perché, come ha osservato Goffredo Fofi sull’ultimo numero del Venerdì, il Principe non è per nulla invecchiato.

Non lo è la sua maschera, tante volte commentata, simbolo di una nobiltà della miseria che discende da Pulcinella e passa attraverso le macchiette drammatiche di O’ scugnizzo, Totonno e Quagliarella e altre già care a Raffaele Viviani: quella maschera che fece di lui il divo dei poveri, fulcro d’identificazione di un pubblico popolare “tartassato” e oppresso. Che si sentì rappresentato dai suoi gesti beffardi, ma anche dalla sua faccia malinconica, quando la comicità rimava con uno scenario socio-politico-economico depresso (Totò e Carolina, Totò cerca casa…) e, in fondo, non così diverso da quello odierno. Il personaggio di Totò si ribellava con ogni mezzo a sua disposizione: con lo sberleffo, con lo sghignazzo del suddito indocile; ma soprattutto con la parola.

Totò, 50 anni dopo. La verità sul grande artista in ‘Totalmente Totò’
Il repertorio delle invenzioni verbali, raccolte in novantasette film lungo quarant’anni, è immenso e la sua ricchezza e varietà ha attirato l’attenzione di raffinati studiosi della lingua come Tullio De Mauro. Dalla ridicolizzazione dell’italiano aulico e ufficiale (il linguaggio pomposo e anacolutico, il burocratese indecifrabile) all’intercalare pseudo-colto (a prescindere, eziandio, è d’uopo), dal gioco di parole (“mal costume, mezzo gaudio”), al neologismo (le pinzillacchere, che rimavano con le quisquilie e le bazzecole) e oltre, il repertorio verbale di Totò si potrebbe suddividere in categorie retoriche: paronomasie, paretimologie, polisemìe, polittoti e quant’altro. La conoscenza dei tropi retorici, pur declinati in burla carnevalesca, è profonda e trova applicazioni ai limiti dello sperimentale; capaci di ribaltare le aspettative semantiche dell’ascoltatore cogliendolo fuori guardia: “un evaso da notte”, “ho una colica apatica”, “lei non è donna di casbah”,”ogni limite ha la sua pazienza” e mille altre. La manipolazione degli stereotipi del linguaggio vale a rivelarne l’abissale vuoto di senso, dando nel frattempo origine a scenette irresistibili (è nota a tutti quella della lettera dettata a Peppino: “Signorina! Veniamo noi con questa mia addirvi…”).

Al caso una frase si allarga alla trama di un intero film: come Siamo uomini o caporali?, capolavoro (malin)comico con un Totò che evoca Charlot. Mentre prende a gabbo la lingua ufficiale dell’Italia unita Totò fa anche dell’autoparodia, con espressioni ormai proverbiali come “lei non sa chi sono io”, “sono uomo di mondo”; al caso diventa aggressivo (“ma mi faccia il piacere”,”badi come parla”, “si lasci servire, lei è un cretino”). Spesso rappresenta un tipo d’italiano ancora diviso tra la lingua nazionale, che vorrebbe padroneggiare, e il dialetto; fin pretenzioso nel ricorrere a frasi fatte (che regolarmente storpia) come chi soffra un senso d’inferiorità culturale, ma allo stesso tempo sospettoso di modalità linguistiche avvertite come un’imposizione dei vari onorevoli Trombetta (il cui padre, naturalmente, sarà un “trombone”).
Ancora e sempre Totò: donna, cardinale, torero, generale i mille volti
Da una simile ambiguità Totò trae alimento per una quantità di altre gag verbali. Una parte di esse riguarda, in mille declinazioni ironiche, l’uso ancora diffusissimo dei dialetti (“qui si parla italiano, ostrega!”), che si diverte a deformare (“mela femmena”) dalle Alpi alla Sicilia o a introdurre del tutto fuori contesto (“Chi a Milan ghè la nebia”, “cerèa”). Sarà ancora da attribuire al senso d’inferiorità culturale dell’italiano medio se Totò diffida delle lingue straniere e se ne vendica storpiandole a man bassa. In questo senso il capolavoro è il pastiche linguistico con cui interpella il vigile urbano milanese (che scopre con sorpresa essere italiano) in Totò, Peppino e la malafemmina: “excuse me, Bitteschon. Noio volevàn… volevòn savuàr… noio volevàn savuàr l’indris…ja?”. E chissà quali risate ci regalerebbe oggi, se fosse ancora qui, parodiando il patetico inglesorum inflazionato nei media e nel discorso pubblico.

FONTE: Repubblica