I genitori di Dario Troiani aiutano due associazioni. Il giovane perse la vita in un incidente stradale nella zona di Offida

0
37

ASCOLI PICENO – Era la scorsa estate quando il giovane Dario Troiani, di 25 anni, perse la vita a causa di un tragico incidente stradale avvenuto sulla strada provinciale che dalla statale Salaria collega ad Offida. Dopo quel tragico evento i genitori del ragazzo hanno deciso fare una donazione a due realtà presenti nel territorio e che danno aiuto a tantissime famiglie che vivono in una situazione di forte difficoltà economica. Sono le associazioni “Antonio De Meo” e “Sulle ali dell’amore Valentina Pistonesi” nate dall’amore di due madri che anche loro hanno perso i propri figli. Grazie a Stefania Ferrone comandante della Polizia stradale di San Benedetto giunta sul luogo dell’incidente, insieme ai suoi colleghi, ha continuato a tenere un rapporto di vicinanza con i genitori della vittima. Ed in seguito li ha messi in contatto con le due realtà caritatevoli. Quella compiuta dal comandante Ferrone è un’azione che rientra nell’ambito del Progetto Chirone, realizzato dalla Polizia di Stato, con la supervisione scientifica della facoltà di medicina e psicologia dell’Università La Sapienza, dove vengono indicate le linee guida per aiutare i poliziotti e le vittime ad affrontare emotivamente la tragica notizia della morte improvvisa di un familiare per incidente o per suicidio.

«E’ molto importante – spiega Nadia Carletti dirigente della Polstrada di Ascoli e Fermo e referente del Progetto Chirone per le Marche riuscire a mettere in contatto i familiari delle vittime con altre persone che hanno vissuto esperienze simili. Proprio perché non si sentano mai soli ad affrontare il loro lutto, ma fare in modo che venga condiviso». Un ringraziamento speciale per questo gesto di generosità compiuto dai genitori di Dario arriva da Anna Pistonesi e Lucia De Meo fondatrici delle associazioni onlus, rispettivamente, “Sulle ali dell’amore Valentina Pistonesi” e “Antonio De Meo”. «L’obiettivo di questo progetto – conclude Carletti – è di dare dignità e cultura ad un lavoro svolto spesso in silenzio, perché in passato si pensava che l’attenzione del poliziotto si dovesse concentrare solo sul colpevole e che la vittima dovesse essere gestita esclusivamente da assistenti sociali e psicologi». Spesso, invece, è proprio il poliziotto la prima persona che la vittima incontra e la qualità del suo intervento ha un’importanza decisiva per evitare la cosiddetta, vittimizzazione secondaria, cioè l’esposizione ad esperienze che amplificano le conseguenze tragiche di quanto è già accaduto per guadagnarne la fiducia e la collaborazione, fondamentali nella ricostruzione dell’evento, e per contenere il senso d’insicurezza provocato dalle morti violente in tutta la comunità coinvolta.

FONTE CORRIERE ADRIATICO