Gustav Klimt e le sue donne d’oro: angeli teneri e perversi di un seduttore incallito

0
48

“A OGNI epoca la sua arte e a ogni arte la sua libertà”: dal 1898 la frase campeggia sulla facciata del Palazzo della Secessione, il movimento che ruppe in Austria i vecchi canoni artistici dell’Ottocento. Parole vere sempre e comunque, ma mai così esatte per descrivere quella stagione breve e intensa che visse il cuore dell’Europa a cavallo dei due secoli.

Gustav Klimt fu anima e motore di quella scena artistica, e se c’è un pittore che ha saputo dare forma a un’epoca, mostrare gli splendori e la consunzione di un impero in dissoluzione, questo è lui. Ancora oggi, davanti ai suoi quadri, possiamo respirare l’atmosfera – ricchissima, terribile e struggente – della Finis Austriae: un mondo che muore, scosso e affascinato dalle ombre disvelate da Freud, attraversato da nuove avventure culturali, folgorato nelle sue certezze dalle illuminazioni di Einstein, travolto infine dalla Guerra mondiale. E’ il regno dell’Uomo senza qualità, o meglio, di un insieme di mille qualità senza l’Uomo. Così Musil lo ha descritto. Così Klimt lo ha dipinto.

Eppure non gli assomigliava. Non bisogna farsi confondere dall’eleganza estrema dei suoi quadri. Era un uomo energico, un artista di rottura, un ribelle capace di grandi innovazioni, che conquistò Vienna con la sua bravura, poi la scandalizzò con i suoi affreschi (quelli destinati all’aula magna dell’università furono rifiutati), e infine la sedusse definitivamente con la sua maestria.

Non era cresciuto nei salotti. Secondo di sette figli, nasce in un sobborgo di Vienna il 14 luglio 1862: il padre non vive nell’agiatezza è un modesto artigiano, orafo. Ma forse il suo mestiere è la fortuna di Klimt, che eredita una prodigiosa capacità manuale, frequenta la Scuola di Arti Applicate, segue i corsi di grafica, intaglio, oreficeria, studia i metalli e il mosaico: conosce la bellezza della decorazione, impara a sentire e padroneggiare ogni materia. Chissà se, senza questa lezione iniziale, avrebbe potuto creare, poi, i suoi capolavori. La sua mano felice gli apre presto molte porte, insieme ai fratelli ottiene commissioni per affrescare molti edifici pubblici, fra cui il Kunsthistorisches Museum e il Burgtheater di Vienna. Si nutre della pittura dell’epoca: storica e accademica. Segue la lezione simbolista dei Franz Von Stuck e degli Odilon Redon, ma è un uomo troppo sensibile per non sentire lo spirito del tempo, per non avvertire il vento che scuote in Europa ogni certezza formale.

Per questo spacca l’Accademia di Belle Arti di Vienna, e raggruppa intorno a sé una serie di artisti e architetti (i migliori: Egon Schiele, Koloman Moser, Otto Wagner, Joseph Maria Olbrich, Josef Hoffman). Hanno mezzi e mecenati che li sostengono, possono costruire la loro sede tutta nuova (Il Palazzo della Secessione, appunto) che racchiude molte delle soluzioni architettoniche e decorative del movimento: superfici vagamente classiche con ornamenti lineari e sinuosi. I secessionisti non sono settari: organizzano mostre aperte a tutte le avanguardie che si affacciano nel nuovo secolo, inseguono l’opera d’arte totale sognata da Wagner, lavorano per la collaborazione delle arti, sull’onda del movimento inglese Arts&Crafts di William Morris perseguono la produzione di manufatti artigianali ad alto contenuto estetico. Se Vienna ha il volto che oggi conosciamo, lo si deve anche a loro.

Se conosciamo il volto delle donne della Vienna di allora, invece, lo si deve solo a Klimt. “Non ho mai dipinto un autoritratto. La mia persona come soggetto di un quadro non mi interessa, mi interessano gli altri, soprattutto le donne“. E anche se la frase non è completamente vera (il volto del pittore appare piccolissimo in una decorazione del Burgtheater) è rivelatrice della sua ossessione artistica: una lunga indagine sull’universo femminile, a volte angelicato a volte tentatore, tenero o perverso, quasi sempre sensualissimo, anche quando viene disegnato nel più casto dei modi. Contraddizione che lo accompagna anche nella vita quotidiana: Klimt vive come un monaco (in casa con la madre e le sorelle, in studio dalla mattina alla sera) ma è un seduttore seriale, (soprattutto delle sue modelle).

La leggenda dice che sia diventato padre per ben 14 volte (se sono maschi li chiama Gustav), ma non sposerà mai la donna che sceglie come compagna di vita, Emile Floege, e le quattrocento lettere che le scrive rivelano un intenso rapporto spirituale, basato – sembra – sulla castità. Fra le prime amate ce n’è però una speciale: quell’Alma Schindler destinata ad essere la musa (e l’amante o la moglie) dei più importanti artisti di inizio secolo: Mahler, Gropius, Kokoshka, Werfel. Curiosamente fu proprio lei a stroncare le opere più famose dell’ex amante: “Circondò di lustrini i suoi quadri, che prima erano concepiti grandiosamente, e la sua visione artistica decadde al livello del mosaico d’oro e della decorazione. Era circondato solo da donnette e mi cercava perché sentiva che potevo aiutarlo”.
Forse era un destino, visto il mestiere del padre, o forse era una necessità dello stile dell’epoca: ma certo dal 1900 in poi Klimt ricopre sempre più d’oro le sue donne
Già, l’oro. Per quanto sia stato uno straordinario pittore di paesaggi (i suoi Faggeti vibrano in un meraviglioso pulviscolo multicolore, molto più vero e intenso del pointillisme alla Seurat), per quanto abbia dipinto tanti quadri con colori normali, Klimt viene ricordato soprattutto come il pittor aureo. Forse era un destino, visto il mestiere del padre, o forse era una necessità dello stile dell’epoca: ma certo dal 1900 in poi Klimt ricopre sempre più d’oro le sue donne. Giuditta I (1901) è circondata da una lamina luminosa che sembra racchiuderne la sconvolgente sensualità: ne emergono solo il volto, il braccio, il candore del seno nudo, la testa di Oloferne è solo un dettaglio laterale. Se ne vede solo metà. La donna ritratta sembra più una perfida e seducente Salomè che non l’eroina biblica: una delle tante donne fatali che abitano la cultura dell’epoca.

Ma due anni dopo Giuditta, Klimt compie uno dei pochi viaggi della sua vita: destinazione Ravenna, dove, evidentemente, viene folgorato dallo splendore dei mosaici bizantini, un tuffo in una nuvola di luce. Ci torna una seconda volta. Da quell’immersione nell’atmosfera bizantina il pittore ritorna ancora più determinato: modula le superfici d’oro dei suoi quadri, animandole con linee sinuose, figure geometriche, piccoli simboli, accensioni di porpora o di verde acqua. Il quadro è un manto aureo che vibra in un’atmosfera che appare senza tempo, e solo una piccolissima porzione della tela è dedicata al volto e alle spalle, alle mani della donna che si affaccia – quasi con stupore – su tanta magnificenza

L’ornamento, che per Adolf Loos sarà un delitto, per lui è una ricchezza. Di più: è la tela di cui è tessuta la realtà dell’arte. L’esempio più celebre è forse il Ritratto di Adele Bloch-Bauer (1907), reso ancora più famoso dal processo che costrinse l’Austria a restituirlo alla famiglia cui i nazisti l’avevano preso. Un libro e un film (Woman in gold) hanno immortalato la battaglia della nipote di Adele per rientrare in possesso del quadro. Ci sono altre due tele manifesto di questo periodo aureo: una è Il bacio, diventato l’icona delle Gallerie del Belvedere di Vienna, con tanto di postazione apposita per i selfie. Strano che Il Bacio, l’opera più popolare sia forse la più casta di Klimt: le bocche dei due amanti non si toccano, lui sfiora solo la guancia di una virginea ragazza che sembra ritrarsi nell’abbraccio

Strano che l’opera più popolare sia forse la più casta di Klimt: le bocche dei due amanti non si toccano, lui sfiora solo la guancia di una virginea ragazza che sembra ritrarsi nell’abbraccio. L’altra è il suo opposto e rivela invece un eros potente: è la Danae dipinta tra il 1907 e il 1908. Come poteva, d’altronde, il pittore dell’oro resistere alla tentazione di dipingere la figlia del re di Argo posseduta da Giove che si trasforma proprio in una nuvola d’oro? La Danae di Klimt è una tizianesca bellezza dai capelli rossi, sognante, accondiscendente e accoglie volentieri tra le gambe che dominano il primo piano del quadro la brillante metamorfosi del dio.

https://www.repubblica.it/le-storie/2019/02/06/news/le_donne_d_oro_di_klimt_angeli_tentatori_teneri_e_perversi-218455061/?ref=fbpz&fbclid=IwAR33UNtHyHV5vxg-OtvaZ9kbyxxwEe_PYh-1V9XQGtZJzUVfLvAFDv7aqs8