Gli italiani non vogliono più fare i camerieri

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Siamo tutti Masterchef. O al massimo bartender, per dirla all’inglese. Ma nessuno vuole essere un cameriere. Forse basterebbe un talent show a rendere il mestiere più attraente, o forse no, ma resta il fatto che in Italia sono sempre meno quelli che vogliono lavorare ai tavoli. L’ultimo allarme arriva dal presidente di Federalberghi Veneto e Confturismo Veneto, Marco Michielli, che al Giornale ha spiegato come a Jesolo, a Caorle, a Bibione e in tutto il Veneto ci sia una vera e propria crisi di personale stagionale, con l’estate alle porte.

“Una situazione che rasenta il drammatico ma non è solo in Veneto, è così in tutta Italia”. Eppure la paga di un cameriere stagionale va da un minimo di 1.300 euro al mese, a un massimo di 1.800. Compresi vitto e alloggio. “È un problema molto serio spiega Michielli una volta venivano anche i figli di papà a fare la stagione e adesso? Adesso non si sa per quale ideologia perversa è passato il concetto che fare il cameriere sia degradante. Fra i ragazzini di oggi è molto più chic dire faccio marketing o prendere il reddito di cittadinanza”. Tempo fa il caso era scoppiato in Emilia Romagna, a Rimini e Riccione.

Ma oggi è davvero un problema tutto italiano? Le dichiarazioni di Michielli trovano conferma nei dati di Fipe-Confcommercio. “In tutta Italia si fa fatica a reclutare personale”, spiega all’AGI Luciano Sbraga, responsabile dell’ufficio studi di FIPE-Confcommercio (Federazione nazionale dei pubblici esercizi). “Nei ristoranti lavorano circa 250 mila camerieri in media all’anno ma d’estate c’è bisogno di rinforzi. Un 15-18% in più, ma spesso la ricerca non dà frutti. Su 100 richieste almeno 1/4 si fa fatica a trovarlo, Tra il 20-25%. I motivi sono principalmente due: il primo è legato alla mancanza di candidature, il secondo a profili inadeguati”.

L’inesperienza o la scarsa motivazione sono degli ostacoli insormontabili in questo mestiere, in cui sì lavora sì per 7 ore ma gli straordinari sono la regola, nei giorni festivi. Senza contare che il contatto con il pubblico richiede buon umore e gentilezza, anche durante una giornata storta. Non è un caso, sostiene Sbraga, se “nella graduatoria delle professioni più richieste dalle aziende della ristorazione il cameriere è ai primi posti”.

Più complesso tracciare un quadro preciso del personale dei bar: “Sono poche le attività che hanno personale esclusivamente dedicato a questo ruolo mentre la gran parte svolgono anche altre funzioni”, spiega ancora Sbraga. Un suggerimento arriva dalla richiesta delle aziende: “Ne cercano almeno 50 mila in un anno, trovando difficoltà di reperimento nel 14% dei casi. Insomma, si fa fatica a trovare almeno 7mila camerieri”.

Ma se il mestiere è in calo di popolarità, la colpa non è solo di una crisi di immagine. Il lavoro (faticoso) è in molti casi sinonimo di sfruttamento. Perché se un turno, secondo il contratto nazionale, deve durare 6 ore e 40 minuti, i datori di lavoro propongono dalle 8 alle 12 ore consecutive. “Gli straordinari non esistono – si legge sul sito di Tgcom24 che ha indagato sul caso di Rimini – Le ore in più sono pagate rigorosamente in nero. Quando sono pagate. E anche i contratti stessi spesso sono irregolari: risultano part time, e il resto dello stipendio è, di nuovo, in nero. Ammesso che ci sia un contratto”.

FONTI: Agi