Cannes, è il giorno di Bellocchio: “E’ il dramma di un bimbo per la perdita della mamma”

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Dal bestseller di Massimo Gramellini (un milione e mezzo di copie vendute) Marco Bellocchio ha tratto Fai bei sogni, versione per il grande schermo del libro autobiografico che racconta l’elaborazione del lutto del giornalista per la perdita della mamma quando aveva nove anni. Il film è stato scelto per aprire la Quinzaine des Realisateurs a Cannes dove il regista torna sette anni dopo essere stato in concorso con Vincere che a dispetto del titolo non aveva vinto nulla. Woody Allen ieri ha ribadito che la competizione in campo artistico non la concepisce e Bellocchio, che presenta il film in una sezione non competitiva, forse inizia a pensarla come il regista di New York. “In realtà avrei dovuto pensarci prima – scherza Bellocchio che quest’anno compie 77 anni – i discorsi al passato preferisco non farli. Certamente portare il film qui in una sezione che non è concorso mi rilassa anche se a dirla tutta io, alla mia età, preferirei proprio non venire più né qua né a Venezia. Però poi per il bene del film siamo qui, per spirito di collaborazione perché ci auguriamo che presentarlo a Cannes aiuti il film a trovare il suo pubblico”.

Della storia di Gramellini il regista de I pugni in tasca è stato colpito perché ci ha ritrovato tanti temi affrontati nei suoi film precedenti “la famiglia, la mamma (distrutta anche materialmente, proprio assassinata), il babbo, la casa dove si svolge la metà del film, la casa in epoche diverse, trent’anni almeno, nei quali l’Italia cambia radicalmente… Capisco che qualcuno possa chiedersi che relazione c’è tra Gramellini e Bellocchio, ma in realtà il punto di partenza per me non è stato il bestseller ma piuttosto il dramma terribile della perdita di una mamma amata. Una madre che è speculare a quella che io ho raccontato nel mio primo film, dove il protagonista certamente non l’amava visto che la buttava di sotto. Se quella di allora era una madre che non dava niente questa di Massimo invece é tutto il contrario, divertente affettuosa tanto che la sua perdita diventa per lui una tragedia”.

Della storia di Gramellini il regista de I pugni in tasca è stato colpito perché ci ha ritrovato tanti temi affrontati nei suoi film precedenti “la famiglia, la mamma (distrutta anche materialmente, proprio assassinata), il babbo, la casa dove si svolge la metà del film, la casa in epoche diverse, trent’anni almeno, nei quali l’Italia cambia radicalmente… Capisco che qualcuno possa chiedersi che relazione c’è tra Gramellini e Bellocchio, ma in realtà il punto di partenza per me non è stato il bestseller ma piuttosto il dramma terribile della perdita di una mamma amata. Una madre che è speculare a quella che io ho raccontato nel mio primo film, dove il protagonista certamente non l’amava visto che la buttava di sotto. Se quella di allora era una madre che non dava niente questa di Massimo invece é tutto il contrario, divertente affettuosa tanto che la sua perdita diventa per lui una tragedia”.

Nel ruolo di Massimo adulto c’è Valerio Mastandrea, in quello della donna che lo salva Berenice Bejo, in quello di un collega fotografo Piergiorgio Bellocchio, in quello di un affarista che si toglie la vita (ha un nome diverso ma ricorda Raoul Gardini) Fabrizio Gifuni. Il film racconta anche il percorso del giornalista che mentre costruisce la sua carriera (cronista sportivo, corrispondente dalla guerra in Bosnia, autore di una rubrica in cui risponde alle lettere ai lettori) cerca di fare i conti con il dolore con cui non ha imparato a convivere e con un segreto custodito per anni in una busta. “Io ho scelto d’accordo con il regista di non entrare in modo totalizzante nel ruolo dell’autore – dice Mastandrea – non volevo cadere nel giochetto: è più bello il libro o il film? Credo che una sceneggiatura in realtà sia un linguaggio completamente diverso rispetto ad un romanzo per cui quando ho incontrato Gramellini gliel’ho detto Non ti cercare quando vedi il film perché non ti troverai. Anche perché poi il tema forte di questa storia per me è la difficoltà di accettare le cose che non si vogliono accettare anche se sono lì sotto gli occhi, che non si riescono a vedere perché non si vuole vederle”.

Ovviamente il film fa delle scelte, lascia fuori qualcosa e tiene quello che è più adatto al linguaggio cinematografico. “Abbiamo escluso i ragazzi della via Pal e invece tenuto lo sceneggiato Belfagor che oggi ci fa ridere ma che all’epoca invece aveva tenuto incollati al televisore tanti spettatori – spiega Bellocchio – Quel fantasma era diventato per il piccolo Massimo un alleato, qualcuno che poteva fargli compagnia visto che lo vedeva sempre con la mamma. Nel film c’é il tentativo di partire da quel l’elemento reale, storico per farne stile”.

Valerio Mastandrea tornerà poi sulla Croisette per presentare, sempre alla Quinzaine, Fiore di Claudio Giovannesi, storia alla Romeo e Giulietta ambientato in un carcere minorile in cui è il padre della giovane protagonista. “Farò su e giù da Roma non rimango perché anche se siamo sulla Croisette da buon romano ti dico cosa c’è qui che non trovi a Tor Vaianica? – scherza Mastandrea – Giovannesi era un altro regista insieme a Bellocchio, che mi aveva provinato e scartato da ragazzo, con cui da tempo sognavo di lavorare. E vedi che i sogni qualche volta si realizzano”.

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