Camilla e Melissa, stiliste con l’anima Storia di due marchi etici e sostenibili

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Nell’aprile 2013 il Rana Plaza, un maltenuto palazzo di nove piani a Dacca, Bangladesh, crollò. Morirono 1.132 persone delle circa 3mila impiegate a cucire abiti da vendere a prezzi molto economici in mezzo mondo. La più grande tragedia della storia industriale di quel Paese svegliò l’attenzione dei media di massa sullo sfruttamento della manodopera a basso costo nell’industria tessile. Oggi nel mondo della moda c’è maggiore interesse, in primis da parte del consumatore, verso la cosiddetta «moda sostenibile», cioè rispettosa dei lavoratori nell’intera filiera e anche dell’ambiente (l’industria tessile è la seconda più inquinante al mondo). Eppure scovare brand che rispondano a questi criteri resta difficile. «Molti follower mi dicevano: “Ok, bella la moda sostenibile, ma alla fine dove compro i vestiti?”», ricorda Camilla Mendini, che prima di lanciare Amorilla, il suo brand sostenibile, era ed è una graphic designer a New York. La sua vita nella Grande Mela è al centro del canale Youtube dove, da oltre due anni, ha iniziato ad affrontare anche i temi della sostenibilità. Da qui, e da quella domanda ricorrente, è germogliata l’idea di un marchio «di cui ci si potesse fidare al 100%, perché mi sono posta le stesse domande che pongo agli altri, e chi mi “conosceva” virtualmente lo sa».

La collezione
Camilla ha respirato in casa l’amore per le stoffe: «Mia mamma cuciva, ricamava, creava arazzi, usava lo shibori (tecnica giapponese di decorazione dei tessuti, ndr)». Ma non è una stilista né una sarta. Perciò si affida ad addetti ai lavori, scelti non a caso. La prima collezione, lanciata la scorsa estate, si chiama India: «Io sono di Verona e ricordavo che nella mia città andavo spesso a comprare nel negozio di un ragazzo indiano. Sapevo già che gli abiti erano fatti da suo fratello in India, con tessuti locali. L’ho contattato, mi sono fatta mandare dei campioni e parlando con lui – che faceva da tramite con il resto della famiglia – ho capito che lì avevano dei laboratori, potevano stampare le stoffe e confezionare gli abiti fino al prodotto finito».

Così è partita Amorilla: Camilla ha disegnato le grafiche delle stampe e i bozzetti e, una spedizione di prove dall’India agli Usa dopo l’altra, sei mesi dopo la collezione – tutta in cotone khadi e stampe a mano – era pronta. «Ci sentivamo quasi ogni giorno al telefono, mi alzavo di notte e andavo in bagno per parlare con loro, fuso permettendo, senza svegliare i bambini. Sono stati loro a formare me» ricorda Camilla. La collezione invernale è invece stata fatta in Italia, utilizzando un filato che è un mix di canapa e lana di yak, «che è sostenibile, perché l’animale non viene tosato, ma si raccoglie la lana che perde naturalmente; è rara, morbida come il cashemire ma più duratura». In questo caso a lavorare agli abiti sono state una modellista e due sarte italiane.

Dalla risposta a una propria esigenza nasce anche Bohemia Couture, della 32enne Melissa Colnaghi (nella foto), che dall’India racconta la sua storia così: «Ero a Mysore con il mio compagno e mi sono innamorata di alcuni tessuti trovati per caso in un negozietto. Ho deciso di dar loro nuova vita, quindi ho cercato un sarto in grado di dare forma a ciò che avevo in mente: il risultato è stato così sorprendente che mi sono fatta fare altri capi da portare con me in Italia». Al rientro Melissa, figlia di commercianti e con alle spalle oltre 7 anni nel campo della vendita B2C, si accorge del successo di quei vestiti – abiti lunghi dallo stile gipsy – tra amiche e conoscenti: a quel punto registrare il marchio è stata la conseguenza di un’intuizione.

La ricerca
«Scovare stoffe nei mercati, scoprire artigiani e imparare a riconoscere i materiali al solo tatto» è ciò che più la appassiona. Ma non c’è solo romanticismo: «Ogni tessuto ha una sua storia e un suo costo. Parto sempre con un “business plan” che viene puntualmente sconvolto. All’inizio mi appoggiavo a sarti indipendenti. Poi, per esigenze organizzative, sono andata alla ricerca di piccole realtà più strutturate anche se molti passaggi vengono ancora eseguiti da una serie di piccoli artigiani. In ogni caso senza sfruttamento: seguo personalmente tutta la filiera, fino al prodotto finito». I capi di Camilla e quelli di Melissa non sono economici. Ma, fa notare la prima, sono «fatti per durare negli anni». Come il crollo del Rana Plaza rese evidente, se paghi molto poco quello che indossi, il resto del prezzo lo paga qualcun altro.

https://www.corriere.it/buone-notizie/19_febbraio_09/moda-india-stiliste-etica-sostenibile-8608c12c-2c4e-11e9-92b2-6bfd997a5493.shtml?fbclid=IwAR1wx7Tvx0aBhiIzxOpyxfp3U63NHAWV4eSL91N3yrMilJXeXY0SMzs7Boc