Alessandro Gassmann: «Cerco di essere un padre meno ingombrante del mio»

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Alla fine del primo atto papà gridava in faccia a me (nudo, imbarazzato): “Uccidi, uccidi il bambino che vuole vedere il tuo c…”. Vi lascio immaginare le signore anziane in platea! Questa storia di un padre che cerca di riscoprire la propria sessualità attraverso i rapporti del figlio con una ragazza è stato un trauma, mi spinse quasi ad abbandonare la recitazione». Non deve essere semplice trovarsi – a 19 anni, al debutto teatrale – sul palco con un genitore leggendario in un testo psicoanaliticamente “intorcinato” come Affabulazione di Pier Paolo Pasolini. C’era sì da mollare subito, in quel 1984. E invece?

«In generale era un periodo di totale spasso: a scuola ero una capra e, biecamente, sfruttavo sui set il mio cognome e il fatto di avere un fisico fuori dal comune per guadagnarmi l’indipendenza economica. Ho iniziato tardi a ragionare in maniera adulta». Sincero, senza ipocrisie: Alessandro Gassmann oggi è così, un uomo consapevole e diretto. Gli anni Ottanta sono un vago ricordo che rivive in Non ci resta che il crimine, la action comedy di Massimiliano Bruno appena arrivata sugli schermi.

Come si passa da ragazzino “piacione” ad attore premiato, regista apprezzato, ambasciatore dell’UNHCR (l’agenzia Onu per i rifugiati)?
«Dopo un decennio di divertimento e di stroncature (giustissime), sono arrivati incontri che mi hanno permesso di crescere. E nel 1990, portando in tournée Quando eravamo repressi di Pino Quartullo, ho capito che iniziavo proprio a divertirmi con questo mestiere. Mi spiace non aver realizzato prima che mi riusciva meglio la regia… Fra due-tre anni mi ci consacrerò».

Non era un secchione in classe, lo è diventato.
Sì, un iper-perfezionista. Pure nella ricerca di migliorarmi, di diventare utile – con l’esperienza – ai miei e alla società.

In che modo, concretamente?
Mi sto muovendo, sto studiando, sto incontrando esperti, per definire piccoli obiettivi che riguardano la salvaguardia del pianeta. Conto di presentare presto un progetto, apartitico (sono moderatamente di sinistra, da molto non mi sento rappresentato nel nostro Paese). Gli scienziati sostengono che ci restano vent’anni per correre ai ripari. Francamente, vorrei evitare di essere ricordato come uno della generazione che non ha agito.

Da dove nasce la passione per la natura?
Sempre avuta. Mia madre (l’attrice francese Juliette Mayniel, ndr) dopo la separazione ha vissuto in campagna: non da signora, da contadina. Pochi fronzoli. Ora abita in un posto quasi irraggiungibile in Messico, l’ho incontrata da poco, non la vedevo da cinque anni.

Sono tanti.
Ci scriviamo quotidianamente e, comunque, non abbiamo mai avuto un legame madre-figlio, ci siamo trasformati in amici nel corso del tempo: non ha indole materna, ma è intelligente colta, simpatica, aperta. È bello parlarci.

Con suo padre, invece, che tipo di legame era?
Lui era severo e io docile, però era talmente generoso e buono che era impossibile odiarlo: non abbiamo mai avuto lo scontro generazionale. Ricordo le risate! Aveva quell’ironia che preferisco: sarcastica, cruda, cinica. Come la mia: mi vengono battute a volte “pericolose”, creano attimi di disagio. Stamattina ho sgridato il fruttivendolo: “Ancora questi pomodori pessimi e carissimi?”. Lui ha riso, una cliente è rimasta di sale. Ho dovuto precisare che stavo scherzando…

Sono le 11 e ha già fatto la spesa, letto i giornali, twittato.
Conduco una vita monacale, vado a letto presto e mi alzo alle sette. La mattina è il momento in cui ho più energia, idee. La sfrutto al massimo avendo una moglie (l’attrice Sabrina Knaflitz, ndr) che dorme, beata lei! Sono bravissimo nell’alzarmi senza svegliarla. Mi dedico a 20 minuti di stretching con l’elastico, segue un caffè e infine preparo la colazione collettiva. Una precisazione: uso Twitter per promuovere il mio lavoro o per sensibilizzare su tematiche che ritengo fondamentali, mai per il privato.

La sua routine non prevede yoga o meditazione?
No. Per quel che riguarda l’Oriente, mi limito a una grande simpatia per Buddha. Ne colleziono immagini: la sua presenza psicologicamente mi aiuta, mi rasserena. Non essendo una religione, bensì una filosofia, condivido quasi ogni concetto del buddismo. Ho letto alcuni libri che mi ha suggerito mia moglie: mi interessa in particolare la fratellanza, la vicinanza con l’ambiente. Il considerare l’essere umano parte di qualcosa di più grande.

Come è nata questa attrazione?
Mia madre aveva una statuetta antica che mi ha regalato e io ho cominciato a comprarne altre: adesso ho una piccola collezione. Poi ho tanti amici budddisti che stimo. Non escludo di diventarlo o, almeno, di imparare un paio di mantra e recitarli.

È decisamente più aperto e loquace di una volta.
No. Sono un introverso diventato, dopo 33 anni, bravo nelle interviste: mi sono abituato, non mi dà più ansia, parlo perché devo, mentre nella vita parlo pochissimo. E non amo che si invadano i miei spazi, non mi piace – per esempio – avere a sorpresa gente in casa. “Puoi portare chi ti pare avvertendomi prima, voglio sapere di chi si tratta” ripeto a mio figlio. Sono un rompipalle. Leo invece è uno che stringe amicizia con chiunque, apostrofa con “Ti voglio bene” persone appena incontrate.

Un segnale positivo questa generazione di maschi che non ha paura di esprimere i sentimenti.
Sì, però se li esprimi in continuazione decade il significato… Comunque è un bravo ragazzo, la qualità di cui sono più orgoglioso e per cui gli voglio un bene dell’anima. Rispettoso degli altri. Non è stato viziato: ascolta, è naturalmente gentile. Riguardando al rapporto con mio padre, ho compreso meglio la “professione” del genitore: non deve essere un amico, deve indicare la strada, mettere paletti il più larghi possibile, però solidi. E – confesso – mi faccio i complimenti. Forse io ho ecceduto in severità, mia moglie in apertura: alla fine il compromesso è stato giusto. Finora. Se fra tre anni leggerete: “Leo Gassman uccide il papà a martellate in cucina e lascia messaggio sarcastico”… Ecco, forse mi sono sbagliato. (ride)

Sarà stato un padre ingombrante.
Lo sono stato assai meno del mio: non parlo degli impegni, non frequento gente dello spettacolo, andiamo in vacanza in posti dove non ci sono italiani e non mi si fila nessuno. Ho cercato di garantire a Leo una crescita il più normale possibile. È conscio di quanto sia io sia lui siamo stati fortunati, e questo ci rende l’esistenza migliore. Apprezza tutto. Davanti a una pasta al burro, commenta: “Mhmm, squisita!”. Come me, del resto: sul set sono l’unico che apprezza il cestino in pausa. La riconoscenza è un regalo meraviglioso che ti concedi: se abbassi il livello di richiesta, ogni cosa ti pare un dono eccezionale. Mio padre ha avuto una giovinezza ben più difficile della nostra: orfano di papà a 14 anni, di origini ebraico-tedesche, dovette vedersela con le persecuzioni razziali.

Prima Vittorio, poi Alessandro. Bene che Leo non intenda diventare attore, no?
Bene che si dedichi a quel che gli piace, purché ci metta impegno. X Factor è stato una sorpresa. Sapevamo che la musica era nelle sue corde (l’abbiamo iscritto noi a chitarra classica a Santa Cecilia a cinque anni), però ce l’ha comunicato a giochi chiusi: “Mi hanno preso”. Abbiamo stabilito che seguirà l’università fino al giovedì e dal venerdì si concentrerà sulle sue passioni, attualmente musica e ragazze…

Lei e sua moglie siete un modello alto come coppia.
Nessun merito. Da principio è casualità, fortuna: c’è attrazione, incastro chimico. Dopo però i cervelli, lavorando vicini, funzionano nello stesso modo… Sia chiaro: litighiamo vivacemente, ci mandiamo a quel paese, però ci rendiamo conto alla svelta e ci stoppiamo. Il 70 per cento delle occasioni in cui discutiamo ha ragione lei e io le chiedo scusa. Eppure finisce che le chiedo scusa pure quando ho ragione io: do in tali escandescenze da trascendere.

Il segreto della sua felicità?
Che, come quella di chiunque, non è totale… L’accontentarmi. L’essere amato. E l’essermi costruito luoghi dove “recuperare” e dove passerò la pensione: uno in montagna, uno al mare.

Intanto le hanno dato la cittadinanza ad honorem a Napoli.
Ho chiesto subito ai miei amici di lì se portava “scuorno”… (ride) I bastardi di Pizzofalcone sono vissuti come vanto cittadino, il mio personaggio è un simbolo.

Nell’ultima scena della seconda stagione è morto.
No, non sono morto. Ci sarà la terza…

Alessandro, qual è il senso della vita?
(lo chiediamo un po’ scherzando, vista la complessità della domanda. Lui non fa un plissé) Forse nutrire curiosità. Allontanare le paure.

Il coraggio uno non se lo può dare.
Il sapere te lo può dare. Se decidi di conoscere quel che ti terrorizza, magari i timori non scompariranno, ma avrai più possibilità di allontanarli.

Alessandro Gassmann: «Cerco di essere un padre meno ingombrante del mio»

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