Affleck: ‘La mia lotta contro l’alcolismo, ma oggi le dipendenze sono infinite’

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MADRID – Ben Affleck, sbarbato, un maglioncino verde brillante, sembra tornato quel ragazzone che era una volta, con la parlantina inarrestabile e l’entusiasmo imperituro. È stato tante cose a Hollywood. Il ragazzino che a sorpresa vince l’Oscar alla sceneggiatura con l’amico del cuore Matt Damon, il divo d’azione, il protagonista da rotocalco della soap Bennifer ai tempi del quasi matrimonio con Jennifer Lopez. Ma anche il regista da Oscar di Argo e fan di Matteo Garrone, un nuovo Batman niente male ma già in via di pensionamento. Il marito di Jennifer Garner, ex dal 2015 e padre di tre figli (Violet di 13 anni, Seraphina di 10 e Samuel di 7). E il personaggio famoso caduto nella spirale dell’acolismo. Un nuovo giro di rehab in clinica, ora Triple Frontier, kolossal d’azione targato Netflix disponibile da oggi.

La storia di cinque ex militari che organizzano un colpo in America Latina ai danni di un narcotrafficante che nasconde il contante in una casa bunker nella foresta. Un cast di divi, con Affleck ci sono Charlie Hunnam, Pedro Pascal (Narcos), Garrett Hedlum e Oscar Isaacs, mentre dietro la macchina da presa è stato arruolato J.C. Chandor, già autore indie di Margin call e Tutto è perduto. Ovviamente, nella chiacchierata con Affleck, oltre ai racconti di set e ai sottotesti che Chandor ha voluto inserire nel film, affrontando il problema di quella generazione di americani che negli ultimi vent’anni è stata militare di professione e che tornando alla vita civile resta ai margini della società, si affronta anche il tema dell’alcolismo. Con la sua recente confessione a un network americano Affleck ha dimostrato di voler affrontare il problema e anche di essere d’esempio a molti altri meno famosi che hanno problemi di dipendenza.

Affleck, i suoi ex soldati partono alla ricerca del malloppo poi scoprono che nella vita conta altro.
“Sì. Se si spoglia tutta la parte d’azione del film e ci si concentra sull’essenziale, che è poi la cosa che più mi interessa, ci si accorge che raccontiamo la storia di questi uomini che devono scoprire ciò che conta davvero per loro nella vita, quello di cui non si può fare a meno. Quali sono le priorità. Il malloppo dei soldi sono un simbolo, l’espediente per chiedersi cosa è davvero importante. Beh, per me è diventato chiaro quando ho avuto dei figli; per me è la famiglia. Lo so, è un cliché, ma lo è perché è vero. È molto di gran lunga la cosa più importante per me. Quando mi guarderò indietro sarà importante capire che tipo di padre ero, come ho cresciuto i miei figli, se sono riuscito a crescerli come persone perbene. Questa è la cosa più importante. Questo non significa che la mia carriera, il mio lavoro e il rapporto con gli altri non sia importante. Ci sono molti valori che possono convivere, ognuno stabilisce la sua, molto personale. Io so che mi devo concentrare sulla famiglia, ed è una consapevolezza che mi è arrivata a un certo punto nella vita”.

La sua carriera è stata folgorante e lei l’ha vissuta in modo intenso.
“Sì. All’inizio ero così pieno di slancio, pensavo che se mi avessero dato una possibilità, beh avrei buttato già le porte per cambiare le cose, sentivo di avevo qualcosa da esprimere. E poi le occasioni sono arrivate, sempre più grandi e belle e sono andato avanti come un treno, concentrandomi solo su quello. Poi ho capito però che la vita non è raggiungere una serie di traguardi, ma invece costruire un’esistenza che abbia uno più scopo profondo: per me è stata la famiglia. È un grande equalizzatore, nel senso che d’improvviso si cambia la prospettiva sul resto del mondo. Vivi le gioie della tua famiglia e anche i dolori. La perdita di un genitore, e una rottura. Capisci che quello che hai dentro vuoi esprimerlo vivendo nella tua famiglia, più che facendo un film. Per alcuni le due cose sono incompatibili, a me succede che si aiutano le une con le altre. Io ho interpretato Amleto un paio di anni fa, subito dopo la morte di mia madre. Andare in scena ha dato una struttura al mio dolore, mi ha dato un posto dove potevo andare e vivere questo sentimento così forte e condividerlo apertamente con il pubblico. Condividere mi ha sempre aiutato a capire anche quello che stavo attraversando. Ogni volta che affronto un lavoro io mi chiedo: ok, bene, cosa può insegnarmi sui sentimenti che attraverso in questo momento? Cosa posso esplorare attraverso questo film e cosa posso trasmettere al pubblico?”

Lei ha parlato apertamente del suo problema con l’alcol. Ci sono molte persone che hanno dipendenze e che si riconoscono in quello che lei ha raccontato. Pensa di averle aiutate?
“Beh io sono in una posizione in cui non ho davvero una scelta sul fatto che ciò che mi riguarda diventi pubblico o no. Così cerco di trasformarlo nel meglio che posso. Detto questo io non mi vedo come un modello di virtù morale o un grande esempio per gli altri. Penso però che ci sia qualcosa da dire per affrontare e lottare contro alcuni tabù che portano una macchia orribile sulla tua immagine. Vale per chi lotta con ogni tipo di dipendenza, stiamo vedendo sempre più la dipendenza in così tanti momenti della vita: che si tratti di droghe, di sostanze chimiche, di gioco d’azzardo, di sesso, di cibo, internet, il cellulare. Ci sono molti posti in cui scappare, premere un bottone e lasciar andare la serotonina. La mia dipendenza non è una cosa di cui mi sento particolarmente imbarazzato a parlare. Ma quello che chiedo è che questa sia vista solo come una parte della mia vita. Non è tutto di me. Non è tutta la storia. Ma non mi tiro neanche indietro nel parlarne. È buono avere il coraggio di affrontare i tabu ed è buono che esserne capace di parlarne. Oggi si parla pubblicamente di casi di dipendenza, malattia mentale o abuso sessuale, finalmente la società e la cultura non li vede più attraverso il prisma della colpa e della vergogna, oggi le cose stanno cambiando. E più ne discuteremo e più potremo affrontarle con maggiore empatia, aiutarci gli uni con gli altri”.

Steven Spielberg ritiene che i film Netflix non dovrebbero concorrere agli Oscar ma agli Emmy televisivi. Lei che ne pensa?
“Non bisogna dare troppa importanza a questa discussione. Spielberg non sta dicendo che non ci dovrebbe essere Netflix o che questi film non dovrebbero essere fatti. Lui cerca di battersi per la finestra di tempo dall’uscita in sala e quella in streaming. Su come dovrebbe funzionare la selezione dell’Academy. Ma io mi concentro sulle opportunità di lavoro nel business come narratore e sono entusiasta che Netflix offra a molti di noi nuove e divertenti opportunità. Certamente non voglio che finisca l’esperienza nella sala, ma non penso che succederà. C’è una sorta di cambiamento tecnologico che dipende della domanda, su cui non si può avere il controllo comunque”.

Triple frontier è un film d’azione con un sottotesto sociale, riguarda un’intera generazione di americani che negli ultimi 19 anni hanno fatto i militari come lavoro e che una volta congedati non riescono a integrarsi nella società.
“È una delle cose a cui teneva di più J.C. Voleva raccontare le difficoltà che il personale militare ha nel reintegrarsi nella società regolare dopo la vita militare. E sì, ovviamente, ci sono una miriade di problemi, ma quella che ci interessava raccontare e che mi ha colpito è la mancanza di opportunità di utilizzare delle competenze che hai sviluppato nella parte più attiva della tua vita. E poi c’è anche l’assenza del senso profondo della comunità che i soldati vivono quando sono fuori servizio. Questi ragazzi sono in giro e trascorrono 24 ore insieme, e c’è un profondo senso di dipendenza e dipendenza reciproca che riproduce molto facilmente il modo in cui l’homo sapiens ha vissuto per l’ultimo paio di milioni di anni. Sono comunità cui cuo ognuno di loro riesce a fare affidamento. E c’è qualcosa di veramente meraviglioso nell’esperienza di questo e molti di noi non riescono a sperimentarlo nella vita di tutti i giorni nella società moderna. Quindi il ritorno e il reinserimento è molto difficile. Ed è qualcosa di cui non si è parlato, meno ovvio di quel che crediamo. E una volta che ti confronti con questi ragazzi capisci che è quella la cosa che manca loro di più della vita militare”.

Che ricordi le restano di questo set, impegnativo anche dal punto di vista fisico?
“Siamo stati fortunati, non sono successe cose gravi o cose terribili. Abbiamo cercato di mantenere alto il morale. Ci siamo divertiti e ci siamo abituati a giocare a carte e a chiacchierare di tutto. E quando arrivavano le macchine per la pioggia o avevamo i vestiti bagnati, o eravamo pronti per entrare nel fango, qualcuno di noi era sempre pronto con l’appropriato umorismo”.

Progetti da regista?
“Ho un paio di cose che sto sviluppando, c’è una sceneggiatura che sto riscrivendo, e sto cercando di portare al cinema il libro Il fantasma di Re Leopoldo che mi appassiona davvero tanto. Ma quando hai una famiglia e diventi un po’ più grande, inizi davvero a valutare il tuo tempo che conosci. Dirigere è un grande impegno nel tempo e può essere davvero onnicomprensivo, sai che può cancellare con un’eclissi il resto della tua vita. E così sempre più voglio trovare qualcosa che sia importante per me”.

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